In un settore ancora profondamente segnato da squilibri e pregiudizi, il giornalismo continua a essere un terreno complesso per le donne. Nel suo libro Non chiamateci quote rosa, Valentina Cristiani affronta con lucidità e passione il tema della discriminazione di genere nelle redazioni, portando alla luce storie, dinamiche e resistenze che spesso restano invisibili. Un grido corale di 40 giornaliste che hanno saputo raccontare tramite le loro storie cosa hanno vissuto e come sono andate avanti.

Ma il suo non è soltanto un racconto di difficoltà: è anche una proposta concreta, fatta di idee e strategie per cambiare il sistema dall’interno, restituendo al giornalismo quella pluralità di voci che dovrebbe essergli propria. Abbiamo avuto la possibilità di intervistare Valentina che ci ha raccontato il lavoro dietro a questo libro, la sua esperienza personale e le possibili azioni da mettere in campo per cambiare una realtà fin troppo malata e radicata.

⁠Perché hai deciso di scrivere questo libro?

“Nel silenzio assordante di una società che spesso preferisce ignorare, tra risatine e commenti dispregiativi maschili quando si toccano certe tematiche, ho sentito la necessità di dare voce a chi è messo a tacere. Ho deciso di scrivere “Non chiamateci quote rosa” perché credo fermamente che la vera rivoluzione culturale debba iniziare nelle aule scolastiche. Non è solo un libro, ma un grido corale di 40 giornaliste che hanno avuto il coraggio di svelare la cruda realtà dei pregiudizi, delle discriminazioni e della violenza di genere che si annidano anche nel nostro mondo. Le loro storie non sono solo denunce, ma potenti testimonianze che chiedono un cambiamento radicale. L’obiettivo è duplice: da un lato, far emergere una verità spesso nascosta e, dall’altro, offrire alle nuove generazioni gli strumenti per non ripeterla. Per questo, la soluzione che proponiamo è un’educazione che non sia solo nozionistica, ma che diventi davvero un percorso di crescita emotiva e relazionale. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze l’educazione sessuale e affettiva significa dotarli di un linguaggio nuovo, basato sul rispetto e sulla parità. Solo così, un giorno, potremo sperare di non avere più bisogno di libri come questo”.

Nel libro sei riuscita a raccogliere la testimonianza di 40 giornaliste: quale filo conduttore unisce secondo te queste storie?

“Un filo invisibile ma potentissimo lega le 40 testimonianze raccolte in “Non chiamateci quote rosa”: la cruda denuncia delle disparità di genere che persistono nel mondo dell’informazione. Non si tratta solo di numeri o di statistiche, ma di storie vissute, fatte di pregiudizi e commenti sessisti che sviliscono la professionalità, di differenze salariali che pesano sul futuro e di soffitti di cristallo che infrangono i sogni di carriera. Le giornaliste del libro raccontano la fatica di dover dimostrare ogni giorno il proprio valore, di essere relegate a temi considerati “femminili”, e talvolta di approcci ricevuti non consoni. Parlano delle rinunce personali, del sacrificio della maternità e della difficoltà di conciliare vita privata e ambizione professionale. Il loro grido unanime è un appello a superare l’idea anacronistica delle “quote rosa” per fare spazio a un mondo basato sul merito e sulle competenze. Il loro messaggio è chiaro: non chiedono favori, ma solo un campo da gioco equo, dove il talento e la dedizione non abbiano genere”.

Quanto hai vissuto sulla tua pelle tutto questo?

“Agli inizi della mia carriera giornalistica, circa 20-25 anni fa, qualche anno prima di prendere il tesserino, mi sono spesso sentita dire da calciatori e allenatori: “Per essere una donna te ne intendi di calcio”. Un commento che, seppur apparentemente un complimento, nascondeva un pregiudizio di fondo. Successivamente, come allenatrice di calcio abilitata fino alla categoria Juniores, mi sono trovata a dover affrontare ‘colleghi’ che, nonostante la mia qualifica, cercavano in ogni modo di mettermi i bastoni tra le ruote. Ho lottato duramente e, in entrambi i casi, ho vinto le mie battaglie contro le discriminazioni”.

Nel mondo dello sport, in particolare quello calcistico, la disparità di genere è fin troppo marcata: cosa si può fare per migliorare questa situazione?

Per contrastare le disparità nel mondo del calcio, è necessario agire su più fronti e puntare con decisione sulla meritocrazia. Alcune strategie chiave:

  • Promuovere la rappresentanza femminile: È fondamentale che le donne ricoprano ruoli di responsabilità e decisionali a ogni livello: dal campo alla dirigenza, passando per i ruoli tecnici e arbitrali. Avere modelli femminili in posizioni di potere non solo normalizza la presenza delle donne, ma garantisce che le decisioni vengano prese in base alle competenze e non al genere.
  • Investire nel calcio femminile: Il calcio femminile deve essere sostenuto con investimenti adeguati, sponsorizzazioni e una maggiore copertura mediatica. Questo non solo aumenta la visibilità e il valore economico, ma crea un ambiente professionale in cui le atlete possono sviluppare il loro talento e la loro passione senza restrizioni.
  • Formazione e sensibilizzazione: Promuovere una cultura del rispetto e dell’inclusione è cruciale. Attraverso corsi di formazione per allenatori, dirigenti e atleti si possono affrontare temi come la parità di genere, il linguaggio sessista e le molestie. È essenziale educare a riconoscere e a contrastare i pregiudizi fin dalle giovanili, per far sì che la meritocrazia sia l’unico criterio di valutazione.
  • Politiche chiare e rigorose per prevenire la discriminazione: Stabilire un codice di condotta etico e applicare sanzioni severe per i comportamenti scorretti invia un segnale forte: la carriera di un professionista deve dipendere unicamente dalle sue capacità e dal suo impegno. In sintesi, il cambiamento richiede un impegno congiunto da parte di istituzioni, club, atleti e media per creare un ambiente in cui il merito sia l’unica moneta di scambio. Solo così il talento e la passione potranno fiorire, indipendentemente dal genere”.

Oltre le norme: è necessario un cambiamento culturale per modificare tutto ciò. Secondo te in che modo in particolare?

“Per innescare un cambiamento culturale profondo, dobbiamo tornare alle radici. La scuola non è solo un luogo di istruzione, ma il terreno fertile dove seminare il rispetto e la consapevolezza. È qui che si costruiscono le fondamenta di una società più equa.

Le vie per coltivare questo cambiamento:

  • Dall’aula al cuore: educazione sessuale e affettiva non sono più materie opzionali. Renderle obbligatorie significa dare agli studenti gli strumenti per decifrare le emozioni, comprendere il valore del consenso e costruire relazioni sane. Significa insegnare che la dignità e il rispetto sono l’unica bussola nelle relazioni umane.
  • Una spalla su cui contare: creare sportelli di supporto psicologico accessibili è un atto di cura. Offrire agli studenti un porto sicuro dove poter esprimere i propri disagi e affrontare le paure significa prevenire le tempeste emotive prima che si scatenino. Un luogo dove la vulnerabilità non è debolezza, ma il primo passo verso la forza.
  • Formazione continua: i docenti sono i custodi di questo nuovo mondo. Formare continuamente il corpo docente significa dotarli della sensibilità necessaria per cogliere i primi segnali di disagio. L’obiettivo è creare una rete di supporto interna, in grado di intervenire tempestivamente. È a scuola che il talento, la passione e la creatività possono fiorire in un ambiente in cui il merito è l’unica valuta, e il rispetto la regola d’oro.

Nell’ultimo periodo abbiamo sentito giornalisti (uomini) parlare di come sia “indispensabile” nel mondo del calcio vedere le donne come oggetto per avere un seguito. Quanto può essere deleterio un messaggio del genere, soprattutto nel 2025?

“La giornalista Paola Ferrari affronta una questione cruciale: la mercificazione della figura femminile nel calcio. Trattare le donne come un oggetto per attrarre pubblico non è solo sbagliato, ma danneggia l’intero mondo giornalistico e sportivo. I motivi sono semplici, ma è bene ricordarli.

  • Mancanza di rispetto. Questo approccio ignora il talento, le competenze e la passione di giornaliste, atlete, arbitri, e tutte le categorie di professioniste. Le donne non sono un accessorio o uno strumento di marketing, ma una parte integrante e fondamentale del mondo del calcio.
  • Rafforza stereotipi dannosi. Presentare le donne in questo modo consolida il vecchio stereotipo che le vede solo come un’immagine, anziché come persone con un ruolo attivo e una propria opinione. Questo ostacola una vera parità e mina il loro ruolo di professioniste, giornaliste, atlete o anche tifose.
  • Frena lo sviluppo del calcio femminile. Se il calcio femminile viene trattato solo come un fenomeno da sfruttare per l’audience, si perde l’opportunità di valorizzarlo per ciò che è realmente: uno sport in crescita, con atlete di talento e storie avvincenti. Questo frena la sua crescita e la possibilità di ottenere investimenti e un riconoscimento adeguato.

In sintesi, trattare le donne come un oggetto è un approccio non solo poco etico, ma anche controproducente per lo sviluppo e la credibilità dell’intero mondo del calcio“.

Esisterà mai secondo te un giornalismo sportivo che va oltre alle apparenze quando si tratta soprattutto di donne?

Certamente, un giornalismo sportivo che va oltre l’apparenza quando si parla di donne non solo è possibile, ma è un’evoluzione necessaria e in atto. Per raggiungerlo, è cruciale che il mondo dell’informazione sportiva si concentri sul:

  • Meritocrazia: Il cambiamento avverrà solo quando la selezione e la promozione nel giornalismo sportivo, così come nello sport stesso, saranno basate unicamente sul talento, sull’impegno e sulla passione, senza distinzioni di genere. L’impegno di professioniste e professionisti che credono in un’informazione sportiva più etica e la richiesta di un pubblico sempre più consapevole sono i motori di questo cambiamento, che è già iniziato e deve continuare.
  • Valore professionale: Le giornaliste, le allenatrici , le atlete , gli arbitri donna, ecc.. devono essere presentate e valutate in base alle loro competenze, alla loro preparazione e ai loro meriti. Non devono essere considerate solo per il loro aspetto fisico, ma per il contributo che offrono al mondo dello sport.
  • Contenuto, non contenitore: L’attenzione deve spostarsi dall’immagine della donna a ciò che la donna dice e fa. Interviste, analisi tecniche, approfondimenti e inchieste devono essere il cuore del racconto giornalistico, superando la logica del mero intrattenimento basato sull’apparenza.
  • Rappresentanza equa: È fondamentale che le donne siano presenti in tutti i ruoli, anche quelli apicali, per garantire una prospettiva più completa e meno stereotipata. Questo vale sia per le redazioni che per i ruoli di commento e di analisi in televisione e sui media“.

Porterai questo libro nelle scuole e nelle carceri: puoi raccontarci di più?

A seguito del grande interesse mostrato durante presentazioni, incontri e convegni, il progetto del libro “Non chiamateci quote rosa” si espande. Insieme alla collega Stefania Secci, porterò le tematiche del volume nelle scuole e nelle carceri, per un impatto ancora più profondo e mirato. Il nostro progetto, che si avvale della collaborazione di professionisti, intende affrontare temi cruciali come pregiudizi, discriminazioni e violenza di genere. Gli incontri prevedono le testimonianze dirette delle giornaliste, arricchite e supportate dalla presenza di psicologi. Questo approccio ci permette di offrire un percorso strutturato e consapevole, uno spazio di riflessione e di crescita per i partecipanti. Per richiedere la nostra presenza nel vostro istituto, potete contattarmi sui social (Facebook e Instagram), sulla pagina Instagram ufficiale del libro o via email all’indirizzo e-mail: vcristiani@libero.it. Questa iniziativa si aggiunge agli impegni già in calendario per l’autunno, tra cui la partecipazione al Festival del Libro e della Cultura Sportiva di Mantova a novembre e al convegno “Le dimensioni dell’odio” che si terrà a Parma il 25 ottobre“.

Si parla anche di un format televisivo che avete ideato e proposto, cosa ci può dire a riguardo?

“Insieme alla mia cara amica e collega, Stefania Secci, giornalista investigativa, abbiamo dato vita a un’idea che da un po’ ardeva dentro di noi: un format televisivo per svelare l’altra faccia del successo delle donne. Non un racconto patinato di trionfi, ma un viaggio intimo nel dietro le quinte del mondo femminile. Il nostro obiettivo è dipingere un ritratto onesto delle donne in carriera, mostrando non solo i traguardi raggiunti, ma anche – e soprattutto – il dietro le quinte, la fatica, le sofferenze e le violenze spesso subite in silenzio. Vogliamo celebrare la resilienza che le ha rese capaci di rialzarsi, di lottare e di trasformare ogni ostacolo in un trampolino di lancio. Questa è la storia della loro forza e della determinazione di chi, nonostante tutto, non ha mai smesso di credere nei propri sogni. Ne sentirete parlare. Presto…! Rimanete sintonizzati sui nostri canali social”.

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